lunedì, 29 giugno 2009
Pennellate di azzurro
- come cielo traboccato-
sulla implacabile superficie...
e quello smembramento del dio...
Cadeva,
una pioggia obliqua,
sui fiumi già diafani e gelidi,
dentro la notte febbrile,
solcata dalle vertebre.
e da certe particelle espletive
- di un colore da veleno.
E erano verminai di parole,
quei conciliaboli da naufraghi,
le cicatrici dei suoi stessi colpi...
Glielo avevano ostenso,
quell'esercizio della dissoluzione,
una diversione così profonda,
mutata in certi accessori da tragedia.
e la sola parte di verità sostanziale.
Nell'apocalittico oratorio
se ne restava contagiata,
da quei sacri brividi dell'esaltazione devota
- la spinta idrostatica
che teneva forse a galla,
in luoghi remoti prossimi all'inferno,
là ,nella lontananza- :
e che il destino si limitasse a tenerli in serbo
- per catastrofi differenti
e differenti follie-
nell'intimità da vittima a boia,
nella vana bellezza degli acrobati, dei martiri.
lunedì, 22 giugno 2009
..." Ma non c'era bisogno di sangue..."
- le dissero...
E fu funesto invece,
quell'ammaloramento,
il terrore psichico
- della desolata terra-
la rifrazione fragile
del misterium iniquitatis
Cominciava- allora
quella ascesa glaciale,
nella vita segreta
dell'insaziabile mondo,
una condizione di pura vacuità,
e nel dono del corpo morto
- in quella foresta dell'irrimediabile-
Con quel suo prostrarsi davanti
ai santi taumaturghi
cercò allora di pregare qualsiasi orazione:
e approffittò di quell'occasione,
per respirare,
da una ferita appena aperta
( Vi era forse per lei
un che di redenzione,
anche se tardiva...)
E tuttavia,
loro la fecero tornare,
al suo mattatoio clandestino:
aveva visto lei sola,
quei grumi bianchi,
- e sulla bocca di cadaveri bruciati-
nella febbrile scia
di foglie gialle,
del bel giardino solitario.
mercoledì, 10 giugno 2009
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E l'avevano vessata,
quell'autorità della morte,
e lo stesso colore azzurro del cadavere,
fusi in una sorta di collasso,
e nel puro latrato
di un qualcosa senza fondo
(la fine era,
del tanto vegliare)
Nello splendore inclemente della luce,
incrudeliva - su di lei-
quel rilevante aspetto di inaudito
- di senza nome-
che la Cosa aveva.
Lui la guardava in quel modo cieco,
contro le sbarre di osso
- e nell'oro antico degli steli secchi-
ah, presto l'intera struttura scheletrica
resterà vuota
come un'arca di dottrina teologica ,
pareva sussurrare,
il putridume lo abbandonavano tutti,
ognuno separabile come un giunto.
E vi sarebbe poi sempre stato
il richiamo languido della morte:
certe preghiere nodose levate al cielo,
e residuata una sola sillaba
- compatta inviolabile-
uno sfregio rosso e nero,
nel freddo a rilucere su tutti quei viluppi.
sabato, 30 maggio 2009
Diventava insopportabile,
perfino il semplice fatto
di essere ancora vivi,
in quella casa di nessuno,
ancora odorosa dei fiori di cimitero.
E solo per non capitolare
in un vasto silenzio
- da terra spianata-
( un taglio di coltello
nell'azzurro)
aveva scelto quella fessura,
e allora paurosamente bianca, si era fatta.
al sentire quel tale mormorio:
" orrore, orrore, orrore".
E nel ricordo di un cristo in croce
che forse non c'era neanche
( lei nulla aveva tenuto,
per non scorticare invano)
si era autoprodotta un atto di incolpazione,
epifenomeno per riconoscere poi
gli eletti tra la turba,
cruda disciplina nell'adempimento
delle obbligazioni scarne.
In quei furiosi crepuscoli.
-furore in ogni cosa,
ogni approdo come un assalto, e lei ansante
verso il fulgore delle prime rose-
era quello l'odore nudo
dei fermenti umani,
con uno sguardo di sghembo
per sapere dove stava l'amore,
nello scandalo delle scimmie invisibili:
e quella sarebbe dunque stata,
la richiesta,
e dell'Inesorabile.
mercoledì, 20 maggio 2009
Dalle specole sole lo si vedeva,
presagendolo dove non stava,
quel feu sacrè cauterizzato,
l'angelo condannato al marciume...
Nell'inconcepibile sospetto
che lei stessa fosse poi mortale
( e per sfuggire anche ,all'indecenza dell'amore:
un attimo dopo ti affondono le unghie nella carne...)
non era la prima volta che si intratteneva
- nelle torture bizantine-
in quelle notti dilatate,
e da quegli urli di pazze.
La deturbava,
la sua inclinazione per gli abiti mistici,
ben prima che potesse incordare
nei formalismi liturgici:
e si faceva delizia,
di sacre immagini, e degli uffici divini,
le nequizie blasfemando,
di una bestia decacornuta.
Ma quella notte barbara
era scritta poi da sempre,
e un eccesso teologico
- dovuto certo a un suo stato confusionale-
le disse che tutto era stato comunque
un inutile olocausto:
vi erano una strada di soli sepolcri lunari
- e aiuole di papaveri scompigliati dal vento-
nella inevitabile laguna il suo proprio letto di morte,
il cerchio infernale,
quelle sindromi perfette.
lunedì, 11 maggio 2009
Esserci, sembrava,
come una promessa di penitenza,
nella mala ora della casa,
e ben prima che i venti di primavera
disperdessero le ceneri
(... sei dolente, per questo? ...)
Tra i roseti delle tenebre
- e nella imminenza di una qualche
certa violazione-
andava maturando un suo piano
della generale spoliazione,
come per una compagna di destino:
chè lei speculava tra sè,
con tutte le argomentazioni e i sofismi,
tra nomenclature monotone,
come fosse poi in un'arca,
della stretta monacazione
- e impazzata-.
Poco pratica dell'estasi,
il suo cuore rimaneva immobile,
in bruciante absentia
( in pieno volo,
in pieno grido,
in piena agonia)
nella asepsi - vana-
dai quei sedimenti delle acque gelide,
e come nella calma santità del suicida
( e il fiore era poi come una belva...).
lunedì, 04 maggio 2009
Dai teatri di ferocia
- e dei furori-
dai tramonti lacerati di quei tempi
(tanti tempi,
tante sevizia)
si era poi finiti
- simile a un atto di perdizione-
nel regno inclemente e meschino
dell'amore...
( ... Io l'avevo profetata,
l'affezione triste!...)
Non restava
che fare assegnamento
su quelle certe eccitazioni,
nel toccare una carne
nella propria carne:
gli incordamenti,
le dislogazioni,
quel formicolio di pelle in pelle,
e per ogni dove i segni del corrotto,
le enumerazioni dei sintomi, i medesimi
( e quella furia nelle sommessioni,
alle vicinanze- infette-.)
Era stato poi
come un ristagno,
il loro fatidico silenzio,
e in un olezzo da affogati,
( cose, oh, cose...
cose da far récere i cani)
a forse infondere
alla città morta
quella fatale frenesia,
una apocatastasia,
e pure con certi inequivocabili segni,
quelli degli ossidi finali.
venerdì, 24 aprile 2009
“..ma tra i puri
lo scandalo durava ancora,
sotto il cielo di azzurro doloroso...”
Con torcimenti di sguardo,
e locuzioni di una particolare sua fattura
(pari a estratti de Il calcolo sublime),
volle distogliersi ,
-da simile aberrato-
minacciata come da un contatto impuro
in quel pauroso momento della rivelazione.
Non poteva soffrire,
la vista della famelica faccia:
certi occhi a figgerle addosso,
l'apparato oculare intero a guatare i precipizi,
e con le tracce sacre dell'Angoscia
( E, nella stupefacente nudità
del suo avvilimento,
le sembrava di essere davvero là,
come di fronte
a quelle vacche magre del Faraone...)
Non parlava poi
che di cospirazioni,
- e delle sofferenze espiative-
le attribuiva a cause fantastiche,
forse a una fissazione nuova,
tra le stesse mute cose
offertele come dentro a una bocca metallica,
lei schedulata tra gli essenti.
Eppure le sanguinarie sette sterminate
si stagliavano ora così pallide,
ossa su strade polverose,
segni ominosi
di una fede che l'aveva infine cattivata,
tra quei funeri, e il disvenamento tutto
(E niente più roghi
su quei crinali in lontananza,
e lungo i dilavati margini)
mercoledì, 15 aprile 2009
"Guarda:
il luogo dell'ecatombe
è davanti a noi:
e sopravvivere alla verità
sarà terribile"
Aveva dato nelle sue prime ismanie,
nel curare le piaghe,
- morbilità scave,
piante mutanti--
durante quel divampare di morbo:
le dissordinavano tutto,
gli ingorghi delle glandole,
con l'inferma immaginazione
tutta piena di una secreta idea,
lei inquieta della sua inquietudine,
sotto la sferza del malcreato
a mangiarla viva.
Con ortografia fantastica
era andata continuando,
a squartare lo zero,
-chè l'abbruciava-
e discopriva poi il dissepolto solo:
certe tisiche rose
arrampicate all'inferriata,
quei malefizia che serravano il corpo
come scaglie di testuggine,
e infine i dodici fascicoli bianchi
grandi come lastre di pietra
( e non era già più maraviglia,
ma principio morboso,
l'innominabile cosa)
lunedì, 30 marzo 2009
"Ma noi ...
noi pensavamo di avere tempo.
in quella chiarità liquida e vitrea,
e sotto la neve
del solstizio di inverno"
La vita continuava
a scavare il suo posto dentro l'aria
- vita vera che perfora-
e il solitario spezzato dire
"Io veglio"
risuonò poi come un inutile strascicato grido
- dei vociferi,
e davanti al lago morto,
dove neppure il corvo porta le sue ossa.
Ma sette furono i sigilli,
e sette le trombe terrifiche,
con la loro arida tremenda bellezza:
e il loro infine avvenne,
un incontro voluto da un dio terribile.
"Sei l'unica persona che di me
ha compreso anche il sussurro-
- mormorava lei-
eppure io so, so ahimè :
che il sole verde
di carne umana è fatto solo".
( e queste sue piccole parole
le sosteneva e sosteneva,
con un suo certo respiro tremante- e breve:
oh, se il suo cuore fosse stato pietra sempre,
pure lì, in the dead sea
quel mare terminale).
giovedì, 12 marzo 2009
Remota e insostanziale
(come forse un occhio teologico)
perovunque ora dunque alita,
la sprofonda parola di sottosuolo....
Lei sente che non si opporrà
mai più a nulla,
-e come un insetto proprio-
dissolti per dissolti essi tutti e lì,
in quel mondo di cieca vita
tra il coagulo e di sangui lo squaglio eterno.
Si erano levate dunque ottuse -allora-
le grandi preghiere scarlatte
senza vocale alcuna,
quando di acqua lustrale intrisi furono fin i capelli
a far onda sui crani,
e con nelle mani
( chè le si aveva poi tutte quante, e innumeri)
ogni scialbata sindone
di quegli sconosciuti
che sempre dolgono
-arresi e soli-
nella mera muta luce, puressa spallida.
giovedì, 26 febbraio 2009
"L' AMORE ...
L'AMORE A SE STESSO NON HA MAI FINE"
-dicevano,
servendosi della versione ufficiale riveduta-
ma lei non credette"
Una notte il suo cuore
compì nell'oscurità
un moto di amore:
nube che si sframmenta in un angolo,
e verso tutti quei suoni senza corpo...
Quell'inaugurale errore
-ridipinto come in un'aria di vetro-
va rammemorato e rammemorato:
si erano perduti così gli uomini
nel loro primo tempio,
piangevano anche gli alberi,
nella sequela di esplosioni
a struggere,
le colonne di sangue
che cedono come canne.
La rigettarono allora a costrizioni inaudite,
le mura delle mani
a asstrangolarla solo.
Una piccola pia oppressione
sente ora sempre,
chè lei spettri ha intravisto
findentro quel cuore della dannazione,
accoppiati dall'esilità,
concatenati loro a quei morti steli
dell'anno prima,
con solo le cupe porpore dei crochi
la crosta di fuoco
a spezzare invano...
mercoledì, 11 febbraio 2009
Qualcuno era sceso nel nulla,
liquescente cosa
ricoperta da un sudario di nevi,
e fin verso quei disfatti -tutti, e perduti-
del giorno del giudizio.
Lo scheletro era poi visibile,
tra quelle ali,
e noi non proferimmo verbo
davanti a quel misterioso apparato
del confessionario cattolico
( a metà,
a metà lo spezzerei,
come un serpe).
Antiche ferite si aprivano,
corolle spezzate nella notte,
arsenicali psicogeni
fiori carnivori
a consummare le ultime anime morbide
marchiate a fuoco
nella quiete neutra e fittizia
dei disperati.
Di colpo tutto apparve
come srovesciato nelle acque
di un sogno da annegato:
e solo allora la quiete fu immensa.
martedì, 13 gennaio 2009
"LASCIATE VOI ALLORA
LA DOLENTE AL SUO LUTTO:
STIAMO SEMPRE ANNEGANDO,
-NEL FIORIRE DI UN GIARDINO AZZURRO-
E TUTTO SARA' DIMENTICATO,
E A NULLA SI PORRA' RIPARO!"
Ancora intenta a spolverare
la sua prima morte
( indulgenza a lucrarsi una sola volta al giorno,
nei tempi cronometrici
di un cielo iniziatore di fuoco)
della supplicazione sua
non era capace di trovare il tono,
per la storia crocifissa,
per le evidenti deiezioni, talora di ribellione,
di lamento forse,
di sottomissione, anche.
Perdeva l'aureola,
l'innocente martire
- un'ossatura cubica le movenze sue
a rinchiudere-
e balbettavano- e scricchiolavano-
quelle figure enigmatiche,
durante l'inventario delle gocce di sangue.
Sotto quale degli otto cieli
- e dove mai, nell'ordinato interconnettersi
degli epicicli e degli abissi-
doveva lei collocare dunque
l'agonia del morente,
un accumulatore che si scarica,
in quell'attimo brevissimo e allucinatorio
nella notte della Notte più lunga?..
Oh, se solo
se solo qualcosa avesse potuto mai
dissigillare poi le labbra
per un sommovimento qualsiasi degli elementi,
e dopo averlo sentito, quel mormorare obliquo!
(L ' Inevitabile dopo tutto è inevitabile
-sacramentavano-gli altri-
tra i rasoi e i feretri sottili
crudamente spersi nel cerchio-
e sempre di emaciazione estrema lei periva).
domenica, 28 dicembre 2008
In quell'orbe
da equinozio d'autunno
- nell'anno della maledizione
delle creature selvagge-
solo la fine intravide,
l'urlo, l'impetramento:
non si era visto che sangue
nel tempo del caos,
si inciampava nei cadaveri,
e una tristezza montava,
quella medesima che nei tardi anni
l'uccisore della chimera poi consunse.
Ora guardando giù per terra
(“Ma devi chinare la testa,
solo così salverai la tua sorte”
essi avevano dogmatizzato)
cercava lei come una tomba
che-ultima a tutti-
apparve infine come un aborto.
E era un minuscolo masso erratico,
in un solo preciso geodetico punto:
e a lei
( chè essa riluttava a un dio,
offesa forse a livello ontologico)
un aerolito parve
del suo stesso pensiero fiammmante,
modellato su quegli apoftegmi
dei monaci del deserto,
una scatola chiusa
da sigillare ancora,
nell'algore freddo
di una terra sdata.
martedì, 18 novembre 2008
Imparò l'obbedienza
dalle cose che patì,
quando il dolore aveva i denti
piantati in un punto
e l'acido vi iniettava,
dopo quel suo breve affaccio
su quel letale bel giardino d'infanzia,
quando lei aveva osato chiedere
di potere fare a meno del calice.
"Perchè, perchè mai fu necessario
un assassinio?"
aveva gridato,
ma non vi era stata risposta.
E nella fanatica devozione
a un' onorevole sopravvivenza
vi era perfino poi stata
una pretenziosa sua
orma di capitolazione,
lei poi così volutamente debilitata,
così solennemente grigia
nella sua abiezione da supplice:
"Dì, dì,
dì ogni sorta di cose,
accetta l'atto insolito,
il pensiero alieno,
penetra nei meandri
dell'esegesi metafisica,
cerca qualcosa che sia
privo di morte,
quella che si teme,
quella che si dà,
quella che ahimè si possiede!"
Solo che in questa deliquescenza
vi era forse una stancante
abitudine alla tautologia:
e le sue mentali distillazioni
si erano fatte come
i pani di piombo dei cartulari,
e lei una esperta di teorie collisionali,
e dei disfacimenti tutti.
Ma si era poi d'inverno,
la stagione recondita.
lunedì, 03 novembre 2008
Lei era dei raminghi,
di quelli che il male del mondo
estenua,
costretta a calpestare continuamente
le sue proprie ombre,
nell'evocazione profetica
alle ossa sante.
Ma un animale faceva sentire
un suo Urlo,
come se qualcuno si muovesse
il destino a sconvolgere,
e la peste poi ci fosse,
- nelle tenebre-
e con lo sterminio che devasta
a mezzogiorno.
Del resto erano lasciati tutti
a imbestiarsi,
e forse non avrebbero campato
fino alla fine della pena,
con quel loro tristo amore
per lo scanno,
come se si trattasse di un ciborio:
e nel passaggio tra le parole
- come tra frustate-
lei era a sacrare sempre,
alla ricerca vana
di ali smisurate - e di oro-
per tutta quell'aria imbalsamata.
giovedì, 16 ottobre 2008
Per non assestare il morso
al bisogno letale,
in sè medesma si volgea coi denti,
primo atto di un dramma già logoro,
in quell' interminabile ascensione
verso il bianco di un occhio senza pupilla.
E nel suo generoso sforzo
di avanzare un'ipotesi
che non degradasse infine
la stessa Causa Prima
(quale sopraffazione forse
dell'Inanimato sul flebile piccolo fervore)
lente le ore faceva scorrere
nei mondi paralleli delle effimere,
dove a lei quasi bastava essere
la funesta, la arcana,
a implorare e corrompere
quei guardiani a guardia
in perpetuo dei limiti .
Nel cerchio di silenzio di quella ininterrotta
istigazione al massacro
- e dinanzi al roseto scenerito-
le sue parole erano
scosse finverso la radice,
escusse quale un unico osso,
e nel suo proprio incavo,
e risuonare potevano solo al pari
dei sonagli dei lebbrosi,
quelli di san lazzaro:
eppure lei non delirava, non aveva mai delirato,
aveva osato reritrarsi tuttavia
dallo sguardo dell'inquisitore,
terribile quanto quello offerto
- e nel processo imposto-
a degli iscarioti il giuda.
mercoledì, 08 ottobre 2008
Tra i rostri - e i cardini-
del terribilis
( quel luogo epitomico
dove della Cacciata
il gesto si era mostrato crudo,
a chi chiedeva poi solo di entrare)
l' enfiatura rimestava livida
-lei la vedeva-
tra la coorte di quei feriti
che il sonno aveva lasciato a terra
a intormentire sempre,
in quella perfezione della assenza
spore a schiumare,
e con qualcuno a sobillare ovunque
per una fede postuma:
che la Parola potesse poi edificare quelle magnanime bestie,
prostrate nella fragile rete dello scheletro!
Ma c'era sempre qualcuno
che non adattava le sue interpretazioni
ai gusti dei tiranni e dei beccai,
sfidando l'Editto ancora e ancora
(e puranche l'ereditaria trasmissione degli statuti
che chiodavano le vittime ai carnefici)
Essi erano gli insaziati,
e portavano nelle loro mani
i taccuini della doglianza
- e gli innaturali loro pensieri-
fin verso l'inaccessibile tabernacolo
davanti quel dio sazio,
al quale tutti offrivano il proprio
tributo di carne senza averlo mai visto:
e la forza di quei pochi
non era che
l'addestramento all'abisso,
alla resurrezione.
mercoledì, 24 settembre 2008
Tutto ciò
( anathema,
anathema per chiunque pensi,
era stato detto)
tutto ciò,
i suoi innaturali pensieri
- e il suo interiore organamento-
avrebbero fatto,
negli sversati laghi sotto i quali
le città maledette dormivano:
studiare infine
l'invisibile agonia della Cosa,
prolegomeno e logomachia
del lunare muro
contro il mero orizzonte d'ambra,
dove mai si poteva scalfire
quella solitudine,
truculenta e simbolica
come un ex-voto.
Destirata a terra
si era messa lei a astiare,
come avesse poi smorzato il suo fulgore
e fosse uguale ora alla polvere,
senza parole ma solo grida
nello stalag stanco,
dopo quell'interrogatorio in tormentis,
lì, sulla croce di collimazione,
e nel suo proprio centro
( e quando la sola risposta
avrebbe potuto essere
la fredda profezia).