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domenica, 15 novembre 2009

E era abbagliante
- come rivelato-
quel suo sguardo ferito:
aveva voluto conoscere la causa prima,
come se una qualche condanna
dovesse spettare anche a lei...
( Ma noi, noi tutti ,
non avremmo saputo escogitarlo,
il teatro infernale, quei brani segnati,
i figli che devono soffrire per i peccati dei padri...)
Al fine di non contrarre contagio
quali delitti si perpretano
- lentamente, quasi sacramente-
nella normale proliferazione di ogni deriva;
e forse lei era nata per precipitare,
in quella bellezza muta dei mondi curvi- e riflessi-
tra gli steli e quei crani di calcare
( in tonnellate focali
di un pesante silenzio azzurro,
con il loro carico di annegati, 
-e lì nelle gore-)
Ma nel giorno dedicato al compiuto martirio
non aveva fretta - la bestia- di finirla:
e in quell'aria dilavata
era il resto incalcolabile,
la decollazione di ogni lingua fiorita,
e c'era il serpente nel cuore della madre,
( Un abisso si aprirà sempre per noi,
anche questo tuo posto può andare a fuoco,
ci sarà sempre la sfigurazione
- di quel nostro viso di vetro-
e nella vorace bocca della divinità).

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mercoledì, 04 novembre 2009
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martedì, 03 novembre 2009
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giovedì, 29 ottobre 2009

"Sulla radura era calato il silenzio,
dalla finestra- oltre il muro-
vedeva la torre di avvistamento"

Il tempo aveva fatto mutazione,
quasimente assiderati si potevano infine intendere,
quelle anime- prigioni,
l'incartamento,
la inesistenza reale della rosa,
un apprendistato appreso della morte...
Penetravano nel sangue.
quegli eterni inaccadimenti,
- degli accidenti a sussistere senza sostanza-
con la mazza ferrata del guardiano notturno, 
e  solo alcuni cuori più santi.
Dai pertugi stavano tutti entrando nel buio,
verso l'annientamento:
e non importava, si era chiusi,
lei davanti a loro non aveva pelle,
niente con cui coprirsi
- lì. a congetturare invano su quel bruciamento eccessivo,
il fuoco soltanto a escludere da ogni contaminazione-
E mancò l'ultimo chiarimento:
" Che torni,
quell' indefettibile silenzio,
sull'ondeggiamento collinoso
di una pura linea di orizzonte.,
bisogna obliare la dolorosa sparizione"
non si disse che queste carse parole...

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martedì, 20 ottobre 2009

Nel tempo degli assassini
( in quella strascinazione sua
riecheggiata da ognuna delle torri di corallo )
avrebbe languito sempre ,

fino al ritrarsi,
nel fondo delle fosse oceaniche,
- degli scompartimenti disseccati-
e nel dosaggio, del cloralio
(nel verde avviluppo, a reperire certe risposte esauste
quandanche le labbra stesse non avessero colore).
Esaspera allora lei una casta lussuria,
e le mirabili disavventure moltiplica
continuamente fantasticando:
mettevano la smania
( se non una follia cronica,
o una aberrazione passeggera)
la catastrofe reiterata,
quel palingenetico dolore,
la Sua Perfezione la lasciava fin sgomenta,
non diversamente dai consolatori di Giobbe.
Ciò che la toccava
era la impotenza inerme delle anime.
chiamava - quella sua- la deviazione.
abbruciava dunque vivo, il quiescente,
davanti al sangue caldo
della macellata bestia...
( E preti male in arnese
potevano starsene seduti,
a meditare sulla estinzione delle carni,
quella esaltazione patogenica,
in prossimità di una chiara curva di risoluzione:
ma ne avevano sentito parlare solo gli iniziati..)

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domenica, 11 ottobre 2009

" E venne la notte,
le stelle cominciarono a accendersi:
lo pensavo ancora più fragile,
un grande cristo nero e sanguinante
che prendeva tutta una parete..."

Ai limiti della allucinazione
- come aspettando una rivelazione-
attendeva ciò che la sovrastava,
nel medicare la piaga
una ferita riarsa,
quel nocumento,
l'Indistruttibile come un amore rifiutato,
 -di tutto quello che ardeva per dischiudersi.-
Ma quella non era la salvazione
- lei si era permessa di presumere-
al fine di un convincimento più assoluto,
il suo preferito argomentare era sulle anime dannate,
che cosa preconizzasse quella fredda luce correlativa.,
Mentre il fuoco sopravviveva
- fuggevole impressionre
nel buio più buio.-
era colpita, trafitta,
sul corpo suo si tese- a rimuginare -
doveva esserci qualcosa,
- una notazione sulla nostra vita cauterizzata-
non voleva essere succube.
"Torna nella città maledetta-"
sembravano dirle quei devastati cuori:
immobili, fissi, divoranti. avvolti nel silenzio,
come una muta di cani, erano.
E un afflitto le rispose allora con labbra esangui:
"Su quella casta morte,
dovrai perdonare l'imperdonabile.."
(Lei era calma, ormai.
per tutta la vita,
si era preparata, al grande evento,
se fosse in grado,di tollerare- il tremendum-
quel verdetto...).

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martedì, 29 settembre 2009

“In quella loro irrimediabilità

 le condizioni erano terribili:

forse aveva parlato l’onnipotente…”

 

Lei sfolgorava di ira

  avrebbe messo il foco, avrebbe

e gli occhi abbruciavano,

-     in ogni vibrazione-,

le sembrava ora di toccare il terreno di un gelo universale,

quelle correnti sotterranee del suolo saturo,

il mondo degli strati inferiori.

Intuisce,

che il mondo collassa:

passavano i chilometri,

 -orizzonti deflettevano-

lei non ricordava più la transizione,

quell' anteposizione

-e agli estesi disastri-

( oh non riuscire a sopportare,

la perdita di quella creatura debole,

e ben oltre la sua cancellazione!)

Ma lei dirà ora della mutazione,

 ha rimesso in moto quel'ordinario macchinismo,

e- nei compianti rituali -

è fin irriconoscibile a se stessa ,

studia anche i decrittatori,

quei demiurghi della cessazione.

( Aveva visto la scritta profetica sui muri,

perfino lì,

nelle zone paludose delle acque morte tutte,

nella totale asepsi.).

 

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venerdì, 18 settembre 2009

...Anche di quei giardini pensili

il vento di morte chiuse i fiori tutti,

e loro - ora-

 solo la notte avevano…

.

 E era provato , oramai,

 esistono

- i venti infetti-

anche la calcinata pietra, avrebbero disciolto ,

e le tracce diluito lì di ogni succo,

in quella fossa settica fin dentro...

Non vi erano state -e ancora-,

le tempeste di fuoco di settembre,

i soffici fiori velenosi

(con quelle foglie verdi simili a pugnali)

dei cespugli grevi di camelie,

- quella loro solennità opulenta, forse in sfacelo-

Come si fosse staccata dalla sua stessa carne.

percepiva la membrana dall’interno

-in sospensione-

e nell’attesa di un catalizzatore,

 lei resa estatica dal freddo

chè non si era ricordata delle ossa,

della recita della prescritta parte.

Non avevano forse ceduto tutti quanti,

 e come fossero inseguiti da una muta?

Lei stava inerte come loro

- per spossatezza grave-

e sempre era quell'ora,

delle perorazioni,

dei predicatori da quaresima:

a che annottasse allora, e in ogni cosa,

- nell’erica, nei rovi, lungo i più lontani rivoli-

prima che quell’astro in patimento poi desfolgorasse,

proprio come l' erba secca in fiamme!

( Ma nulla indicava la mutazione,

vi era solo una sorta di silenzio integro ,

quel languimento... )

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venerdì, 11 settembre 2009
Era il paesaggio chiaro,
di una notte ghiacciata:
aspettava solo il sorgere del sole,
e quelle colline azzurre,
il cielo come un grande uccello...

E le pareva di non avere fissato
mai nulla così a lungo
- come quinte nella nebbia-
quei meccanismi dell'affezione
e l'armamentario della sventura
( non sei mai stata condannnata
per nessun crimine, vero?...)
i finimenti umani, tutti.
Non aveva mai capito la natura dei veleni,
le leggera punta di amaro delle tossine
e con quel bel fiore che cresce fin sotto la forca,
le mandragore e l'assa foetida
ben oltre la barriera ultima degli alberi azzurri...
Queste le annotazioni dell'anamnesi:
"Bisognerebbe scuoterti,
quel tuo corpo è teso a arco,
sangue vorrà altro sangue allora,
-e comincerà la agonia-"
Consacrata a un dio che non conosceva
con mani profane gli si adunghiò,
era in condizione di privazione,
doveva fare in modo che non fosse lei,
a stringere il laccio.
( Lui le disse solo,
che sembrava consumata)





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mercoledì, 02 settembre 2009
In una specie di chiarezza mistica
( la più insopportabile forma di innocenza)
gli occhi suoi vuoti erano,
a percorrerla tutta
lungo quel nervo ombelicale
- a far da mezzeria-.
Si affoca, e si dissecca,
in una solitudo:
è l'equivalente di una corona di spine fatta di oro,
è figlia degli anni delle locuste,
squarta gli dei suoi  come potesse poi disgiungersi...
Invidia allora il corpo lineare,
la morte violenta,
quel disassamento intero.
Non avrebbe ammesso parole altre,
chè nella coppa perfetta di azzurro infinito
vi era come un monumento alla perdita,
un amnesico:
si vedevano i ritratti sommersi , 
la possibilità delle stelle fisse .
( la distanza spirituale era minima,
e lei spiccava in tutta la sua nudità...)
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domenica, 30 agosto 2009
E era un cielo pallido
- grigiorosa-
  e si stemperava nel nulla,
nelle manifestazioni paradossali degli adroni...

 Ma tutto aveva esattamente
l'aspetto di quello che era,
gli amanti come piante acquatiche,
-attraverso le acque irate-
nel caos di quella nosografia
non ancora svelata:
si inabissavano vivi in quella tabe,
con una innocenza da resuscitati
come se per un miracolo fossero scampati ai loro  assassini...
Attraverso l'aria
... così immota..
vibrava uno di quei suoi  nudi ricordi segreti,
che sapevano di fiori spiaccicati sui sassi
- esotici e palpabili:
il cielo violetto a tratti si squarcia,
lei dà un unico grido sommerso
e la sua voce si fa bianca,
come se infine vedesse apparire a poco a poco
qualcosa che non sapeva di aspettare-
pare un viso astratto
- assente-
che si fraziona in decine di bianchi soli,
un'amorfa macroscopica macchia,
un'ostia all'elevazione:
è intrisa di sangue,
è sul caduco margine.


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venerdì, 21 agosto 2009
" E l'ombra,
non sarebbe stata sola
- nuda e sguarnita-
a pronunciare la fatidica frase..."

Sembrava vivere - in lei-
come una superfetazione,
un organismo
che avesse a che fare con i sibili:
ne poteva assaporare la galvanizzazione sua acida,
 una  lamina di metallo flessibile,
dentro la inteleiatura d' argento...
Andò a tastare, quella crepa
  ...non sentiva, lei, il  risucchio?...
scavando una buca come l'animale cieco,
sbattevano le loro ali cupe- e lucide- i corvi tutti.
Ogni cosa era solo la perfetta imitazione,
-dei dannati-
e le strane madri dagli occhi duri di gaietto
la sua corteccia perforavano come corallo...
Cercò di raccogliere allora
le prove del delitto,
spietata- nel suo taglio verso il basso-:
quel precipitato delle ossa cave nei precipizi,
gli amori isterici e inevitabili
in un settembre di vento e ceneri.
Non le importava più,
di quello che le sarebbe successo,
voleva gettare qualcosa
- e che sanguinasse-
fin nel turpe occhio rigonfio del dio:
ci sono crimini troppo sottili,
per essere davvero perseguiti, si diceva.
( Mi hanno baciato sulla bocca...
- avrebbe forse raccontato poi,
come la gente che tocca la statua del santo-)
postato da: DOMACCIA alle ore 09:24 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 12 agosto 2009
"E era la sua seconda
stagione di incendi,
il fuoco salì fin sopra i crinali:
a lei sembrò che tutto fosse,
completamente arso..."

Di nuovo era stato,
un assaggio del morso,
con le suture ancora aperte
( l'ago era ricurvo, il filo nero)
le cicatrici a pulsare:
oh, se fossero uscite le ossa,
le orbite oculari a esondare,
dallo scarno cranio suo di penitente!...)
E sempre arrivava ,
il momento della inoculazione,
- una colata azzurra e luminosa,
di piombo fuso,
nello stroma interstiziale
della corteccia cerebrale-
le cose ultime
come sangue secco nella sabbia,
fin dietro quel sipario scarlatto.
Lei li rivide allora nei suoi sogni,
notte dopo notte,con gli occhi ciechi:
non aveva niente,
con cui coprire quei corpi nudi...
E era come una malattia,
- continuava a restare
terribilmente assente--
dalle mura uscivano troppe grida,
e il cristo sulla sua croce laccata
rimaneva inconsapevole,
in un qualche modo perverso
( oh, come erano tutti inutilmente arrendevoli,
in quell'agonia dei ghiacci).

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venerdì, 31 luglio 2009
In quei giorni ,
niente placa la sua sete,
rimane solo quel respiro ripetitivo
- lì al centro-
da crespi segnali è attraversata, la notte:
 ovunque è un luogo di foglie.
Sempre incombente è il crollo
-e quell'abbietta speranza-
 le trasportano un'angoscia
traslucida e acidula,
e con della possessione i segni tutti
( come nel periodo agitato
delle paralisi totali...)
E allora considera lei la terminazione,
gli atti espiativi,
quel  luogo dell'incontro interdetto
- nella guerra nostra , di uccelli da palude.
Non ha alcun bisogno,
di temere la morte per sogno:
se parla la sua voce è mesta,
cerca i puri,
gli irriducibili e intolleranti
- cupi fiori in forme di lance-
e li serve a freddo con il guanto della comunione,
di un bianco liliale fino ai polsi.
( davanti a un vago fondale
color di rosso: è una storia di amore)
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lunedì, 20 luglio 2009
...  Il cuore umano ha già pressapoco
la mollezza di una pietra...
 Dovete resistere,
alla tentazione di essere umani...

Una rete di fiamme
percorreva il suo volto,
( doveva trattarsi di un incubo.
nell'innaturale postura
il morto sembrava gridare il suo assenso)
e vi era una interminabile striscia calcinata,
sobrio reticolo inciso ,
nell'acqua nera mura di pietre e terra,
la tramatura di atomi adunchi,
dei corpi ponderabili
- nell'imminenza della violazione-
( quella grande farfalla
divorata sotto i suoi occhi...)
Strinando- nell'arido diagramma-
capisce che la parola stessa è un deserto,
in lontananza è color di malva,
un paio di gelide labbra.
E quell'apparizione va poi a spiegarsi
nel sibilo dei venti e delle arterie,
in quel suo fremito- orribile e delizioso-
di uccello ferito:
è solo un fuoco madido,
la pietra di paragone del suo lutto
(... si ossidano i fiori,
si corrompeva il sale...)
postato da: DOMACCIA alle ore 20:18 | Permalink | commenti (4)
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venerdì, 10 luglio 2009
Nel periodo primo della consunzione sua
( e per una qualche affezione del corpo:
i nervi delle mucose aride,
della tensione istologica
del moto linfatico
per ogni dove le scorie di sfaldamento)
contemplava lei la forma impudica dell'essere,
queste sottili ferite nella terra,
un secreto agitarsi
nel casto gelo del tutto
Tirata fuori
-dalle pozze di annegamento-
il bordo ha scorticato,
in un minuscolo punto,
-sotto la parte più dura del cranio-
ci sono, i rilassamenti:
e ora la stretta faccia verde del serpente fissa,
e il prospetto della sezione strasversale del cuore...
E in questa aspettazione
Il dissezionatorio rito
 le è concesso:
le sue preghiere non raggiungono neppure il limbo,
quei nomina lei li teme,
delle creature che la trafiggono.
( era così,
che doveva essere nata,
la gorgone)
postato da: DOMACCIA alle ore 20:02 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 29 giugno 2009
Pennellate di azzurro
- come cielo traboccato-
sulla implacabile superficie...
e quello smembramento del dio...

Cadeva,
 una pioggia obliqua,
sui fiumi già diafani e gelidi,
dentro la notte febbrile,
solcata dalle vertebre.
e da certe particelle espletive
- di un colore da veleno.
E erano verminai di parole,
quei conciliaboli da naufraghi,
le cicatrici dei suoi stessi colpi...
Glielo avevano ostenso,
quell'esercizio della dissoluzione,
una diversione così profonda,
mutata in certi accessori da tragedia.
e la sola parte di verità sostanziale.
Nell'apocalittico oratorio
se ne restava contagiata,
da quei sacri brividi dell'esaltazione devota
- la spinta idrostatica
che teneva forse a galla,
in luoghi remoti prossimi all'inferno,
là ,nella lontananza- :
 e che il destino si limitasse a tenerli in serbo
- per catastrofi differenti
e differenti follie-
nell'intimità da vittima a boia,
nella vana  bellezza degli acrobati, dei martiri.
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lunedì, 22 giugno 2009
..." Ma non c'era bisogno di sangue..."
- le dissero...

E fu funesto invece,
quell'ammaloramento,
 il terrore psichico
- della desolata terra-
la rifrazione fragile
del misterium iniquitatis
Cominciava- allora
quella ascesa glaciale,
nella vita segreta
dell'insaziabile mondo,
una condizione di pura vacuità,
e nel dono del corpo morto
- in quella foresta dell'irrimediabile-
Con quel suo  prostrarsi davanti
ai santi taumaturghi
cercò allora di pregare qualsiasi orazione:
e approffittò di quell'occasione,
per respirare,
da una  ferita appena aperta
( Vi era forse per lei
un che di redenzione,
anche se tardiva...)
E tuttavia,
loro la fecero tornare,
al suo mattatoio clandestino:
aveva visto lei sola,
quei grumi bianchi,
- e sulla bocca di cadaveri bruciati-
 nella febbrile scia     
di foglie gialle,
del bel giardino solitario.


postato da: DOMACCIA alle ore 08:21 | Permalink | commenti
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mercoledì, 10 giugno 2009
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E l'avevano vessata,
quell'autorità della morte,
e lo stesso colore azzurro del cadavere,
fusi in una sorta di collasso,
e nel puro latrato
di un qualcosa senza fondo
(la fine era,
del tanto vegliare)
Nello splendore inclemente della luce,
incrudeliva - su di lei-
quel rilevante aspetto di inaudito
- di senza nome-
che la Cosa aveva.
Lui la guardava in quel modo cieco,
contro le sbarre di osso
- e nell'oro antico degli steli secchi-
ah, presto l'intera struttura scheletrica
resterà vuota
come un'arca di dottrina teologica ,
pareva sussurrare,
il putridume lo abbandonavano tutti,
ognuno separabile come un giunto.
E vi sarebbe poi sempre stato
il richiamo languido della morte:
certe preghiere nodose levate al cielo,
e residuata una sola sillaba
 - compatta inviolabile-
uno sfregio rosso e nero,
nel freddo a rilucere su tutti quei viluppi.


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sabato, 30 maggio 2009
Diventava insopportabile,
perfino il semplice fatto
di essere ancora vivi,
in quella casa di nessuno,
ancora odorosa dei fiori di cimitero.
E solo per non capitolare
in un vasto silenzio
- da terra spianata-
( un taglio di coltello
nell'azzurro)
aveva scelto quella fessura,
e allora paurosamente bianca, si era fatta.
al sentire quel tale mormorio:
 " orrore, orrore, orrore".
E nel ricordo di un cristo in croce
che forse non c'era neanche
( lei nulla aveva tenuto,
per non scorticare invano)
si era autoprodotta un atto di incolpazione,
epifenomeno per riconoscere poi
gli eletti tra la turba,
cruda disciplina nell'adempimento
delle obbligazioni scarne.
In quei furiosi crepuscoli.
-furore in ogni cosa,
ogni approdo come un assalto, e lei ansante
verso il fulgore delle prime rose-
era quello l'odore nudo
dei fermenti umani,
con uno sguardo di sghembo
per sapere dove stava l'amore,
nello scandalo delle scimmie invisibili:
e quella sarebbe dunque stata,
la richiesta,
e dell'Inesorabile.
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